Vedovelle • Nicolò Castagnini

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Questo breve scritto nasce come postilla alla mia tesi, costruita a partire dalle conversazioni avute con Domenico Nardone sull’esperienza del Gruppo di Piombino.
Il confronto tra due tipologie di fontanelle speciali diventa qui il pretesto per alcune riflessioni.
La prima opera è la serie Vedovelle e draghi verdi di Serena Vestrucci (2016); la seconda è Fontanella (1989) di Pino Modica.

Per ArtLine, progetto di arte pubblica curato da Roberto Pinto e Sara Dolfi Agostini, Serena Vestrucci interviene sulle classiche “vedovelle” installate nel Parco Tre Torri, a Milano. Modifica la bocchetta in ottone, originariamente a forma di testa di drago, sostituendola con quelle di altre creature realizzate attraverso la modellazione in cera e la successiva fusione in bronzo. Le nuove teste appartengono ad animali e creature fantastiche: dal polpo e il coniglio fino a presenze irriconoscibili. Tutte conservano il secondo foro nella parte superiore, pensato per il gioco dello spruzzo verso l’alto. Nel caso dell’elefantino, coincidendo con le sue narici, il getto viene indirizzato verso chi gli ostruisce la bocca.
Le dieci fontanelle sono distribuite all’interno e in prossimità del parco, e seguendone l’ipotetico percorso, punteggiato come nei di una schiena, si possono trovare le dieci creature.
«Come se, osservato dall’alto, il parco fosse un campo scandito da punti, da accenti, da intervalli, attraverso cui il paesaggio trova dei momenti di pausa.»
Punteggiature e spazi che interrompono il continuum dell’esperienza quotidiana automatizzata. Questo gesto minimo slatentizza ciò che è già manifesto ma assopito dall’iterazione, risvegliando l’interesse di chi si avvicina per dissetarsi. Attraverso la rielaborazione, gli oggetti partecipano di nuovo alle tre dimensioni della cultura: funzionale, mitica ed estetica. Le fontanelle modificate continuano ad essere utilizzate pubblicamente. Il pianto ininterrotto delle vedove, che secondo l’interpretazione popolare ne conferisce il nome particolare, viene versato ancora, perpetuandone il racconto. L’immaginario privato dell’artista, adagiandosi sul design originario, entra in comunione con i draghi verdi, sganciandosene e aprendoli a nuove possibilità materiali, espressive e percettive.

 

Serena Vestrucci, Vedovelle e draghi verdi (2016)
courtesy l’artista

 

Pino Modica opera in maniera differente. La sua fontanella, realizzata secondo il tipo delle “vedovelle”, differisce per l’inserimento di una macchina fotografica al di sotto dello scarico, nascosta da una lastra di plexiglass fumè; lo scatto è comandato dal pulsante del rubinetto. Le fotografie realizzate vengono disposte sul fondo del cavo di raccolta dell’acqua. La piccola fontana è stata posizionata all’uscita della scuola elementare di Salivoli e poi esposta alla galleria Unimedia, tra gennaio e febbraio del 1991. Nella fase iniziale lo straniamento è azzerato: la fontanella è plausibile come oggetto urbano e non manifesta elementi di incertezza. In un secondo momento, quando vengono esposte nella galleria, rivelano il loro carattere ambiguo e la funzione nascosta. L’obiettivo è quello di realizzare immagini delegando l’autorialità a persone inconsapevoli. Può anche essere letto come il tentativo di fermare l’immagine che per qualche istante si forma sullo specchio dell’acqua raccolta nel catino. «Fenomeno di poeticità lieve, minuscola, umbratile, degna di essere esaltata da un haiku giapponese», secondo le parole di Barilli.
Si può notare che dalle foto la presenza di chi ha progettato il lavoro prevarica il ruolo di chi “autoscatta”, che rimane subordinato e anonimo, in balia del progetto e della macchina.

Se nel lavoro precedente il flusso era ininterrotto, in questo caso la fontanella è costitutivamente interrotta: non svolge la sua funzione erogatrice e sospende il flusso della consuetudine, elevando a evento un gesto precario.
Un’ulteriore interruzione avviene quando l’opera viene trasposta e si erige al centro dell’esposizione museale, simile a una colonnina funeraria, con tanto di fotoceramica degli autori. L’oggetto conforme viene riconsiderato grazie allo spostamento e alle nuove informazioni.
«La ricontestualizzazione – o spiazzamento – nel sistema dell’arte di oggetti poco o nulla manipolati, operazione di evidente concettualità fredda.» L’operazione viene fraintesa (o è la divisione calda-fredda a risultare debole?) in queste parole di Adriana Bolfo.
Ciò che sottende i lavori del Gruppo di Piombino è in realtà una concettualità calda, che tenta di «far esplodere un sistema di percezioni automatiche, consolidate e ripetitive»: i rapporti consueti tra le persone e gli oggetti. Non si tratta di esperimenti freddi e analitici: grafici e metodi sperimentali rientrano tra le pratiche ma vengono svuotati di ogni pretesa di verifica e lasciano emergere piuttosto risvolti poetici.

Sebbene tragga origine dal desiderio di registrare lo sguardo della fontanella, vengono sollevate importanti questioni etiche che riguardano la presenza di minori inconsapevoli e la tecnica utilizzata per scattare le immagini. I metodi contemporanei di sorveglianza invisibile e pervasiva vengono ricalcati senza distacco critico, sfruttando gli stessi meccanismi e la posizione di potere strutturale e anonimo per creare immagini “spontanee” e “inconsapevoli”.

 

Pino Modica, Fontanella (1989)
courtesy l’artista

 

Entrambe le opere procedono per lacerazioni: agendo in contesti diversi innestano delle nuove temporalità che permettono di riconsiderare la fruizione. Il rischio è quello che queste strategie si limitino a celebrare la retorica dell’effimero e del micro e che rappresentino arrendevoli tentativi, compiaciuti della loro impossibilità di realizzare cambiamenti profondi e duraturi. Ma forse questi non avvengono per rottura improvvisa ma silenziosamente. Conviene, per sopravvivere, reinventarsi di continuo; operare senza un fine prestabilito se non quello di «sovvertire la consuetudine percettiva. Laddove c’è un luogo comune, ri-problematizzare la realtà, rivedere continuamente ciò che sedimenta

O ancora, riprendendo le parole di Nardone:
«Un’arte che si propone come strategia del cambiamento è necessariamente politica. Declina un’istanza di rivolta e di opposizione al potere costituito, perché come tale tendiamo a un insieme di convenzioni e di artefatti che fondano il luogo comune. È l’anticorpo che noi produciamo per impedire che ci sia questa banalizzazione della vita quotidiana.»

 

[La maggior parte della documentazione sul Gruppo di Piombino si può trovare sul blog curato da Domenico Nardone]

 

 

Nicolò Castagnini
Ha studiato al Politecnico delle Arti di Bergamo.