La buca di Bucavilla • Carolina Piazzoli

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Incontro la scrittura di Marta Poggi in uno degli _e racconti, A che serve la corsa.
É un breve racconto di riduzione all’essenza, che prelude alla metamorfosi, cambiamento di forma e di stato di un uomo che corre, un uno, un tu che siamo tutti noi.
Lo trovo folgorante e cerco altro. Marta Poggi, scopro senza sorpresa, è un’attrice di teatro, e qualche anno fa ha dato alle stampe un romanzo: Il cantiere di Bucavilla.

BUCAVILLA: è un quartiere sperso nella periferia romana, ha una geografia doppia, speculare fatta di un sopra, dove scorre la vita normale, alla luce del sole, e di un sotto, un sistema sotterraneo di grotte, che ospita una rete di impicci e delinquenza. Questa natura duplice sembra estendersi a persone, cose, situazioni, al bianco e nero della pelle, alla luce e all’ombra del paesaggio, reale e irreale, e infine ai vivi e ai morti.

 

 

Persino i santi sono doppi, santi d’ombra e santi di legno, Madonna d’overdose e Sant’Agata.

 

 

GLI ABITANTI: a Bucavilla vive gente di ogni età etnia e condizione, buoni e cattivi diremmo, se non fosse subito chiaro che le due categorie in qualche punto del passato si sono mescolate tra di loro, e non si possono distinguere più. Dunque fascistelli e drogati, bambini e vecchi, caporali e capoccia condividono la stessa natura, sono a volte arditi e a volte vigliacchi, in parte figli e in parte padri, bugiardi e sinceri insieme.

I più importanti tra loro sono però i matti, protetti e considerati al pari dei santi, sono “la pupilla dell’occhi la meglio cosa la preziosità”.

 

 

La BUCA, che Bucavilla già presagisce e quasi evoca nel nome, sta al centro di un cantiere che, come tutte le opere del demonio, è sorto nel corso di una notte.
La Buca minaccia lo spazio sotterraneo: cosa succederà se la luce del sole dovesse raggiungere quello che sta nascosto?

Nella Buca, viene ritrovato il primo “mortammazzato” e il delitto, lo sappiamo dai tempi di Caino, rompe l’equilibrio precario tra il sopra e il sotto, tra il fuori e il dentro. Unica possibilità: chiudere lo strappo, trovare un colpevole.

IL RITORNO: “Destino ha voluto”, l’incipit apre con voce da coro greco, ma siamo in una borgata, e il coro é strano, sono gli avventori del “bar dei vecchi”, gente come il Gobbo, Regnaspada e Lisciebbusso, che tra un conteggio del biliardo e un pettegolezzo, osserva, dà conto, deplora.

A loro non sfugge la (doppia) coincidenza del rientro dopo anni di compaesani, che hanno a che fare con quanto avvenuto: Paternò, il capocantiere, e Aurelio, mandato a indagare sulla morte.

AURELIO: scappato da Bucavilla e da un padre “cazzaro” e “impicciato” con droga e prostituzione, tiene insieme l’istinto da sbirro e una forma particolare di dislessia, che spesso gli frantuma in testa immagini e parole. Tornare a Bucavilla gli provoca un malessere e una resistenza fisici, e mentre l’indagine prosegue il suo stesso nome inizia a sfaldarsi, il corpo perde consistenza. Attraversa perfino la fase della pazzia,

che ancora di più lo connette alla gente che lo circonda, quasi Bucavilla stessa l’avesse scelto e chiamato per ricostruire insieme verità giudiziaria e identità personale.

 

 

LA SCRITTURA
Un fattaccio, lo avrebbe definito anche Gadda, ombra presente nel peculiare impasto linguistico. Dialetto, latino, calchi, italiano basso (“cosare”) e colto (“araldo”), convivono nelle frasi, a volte il Gran Lombardo del Pasticciaccio si affaccia in modo più esplicito (“la cognizione”, le parentele di pensiero di Aurelio con il dottor Ciccio Ingravallo)
Lo ricordano anche il dipanarsi tortuoso della trama, che avanza dando corpo a diverse ipotesi, che diventano racconti, superfetazioni del possibile. A sorpresa è un gioco a guidare lo scioglimento del caso, Aurelio replica la tecnica dei giocatori di briscola per smontare e rimontare la sequenza dei fatti.
E ancora si potrebbe ricondurre alla nobile ascendenza l’ironia sottile e quasi affettuosa che descrive i protagonisti e antagonisti.
Potrebbe bastare, ma c’è ancora altro. Lo sguardo che anima i posti e le cose, rende la Buca affamata e i muri urlanti, le poltroncine accasciate. La compresenza di tutti gli elementi del giallo classico, dalla pistola che sparerà alla lettera ritrovata, e poi specchietti, scheletri, bidoni di diossina, droga, bastoni di ferro, telefoni fantasma.
Si intrecciano tre tempi, il presente, l’imperfetto e il passato, il fuori, piazza cantiere e mercato, e il dentro, condominio terrazzo labirinto. Succedono terremoti, miracoli, appaiono santi, neve di agosto.
Soprattutto la nominazione è continua, nomi e soprannomi riempiono la storia di echi: Ismael, Geronimo, Polifemo, Gilda, la Malata, gli Sposini, Omonero, in un battesimare che assegna ruoli, destini che andranno a compiersi.
Un immaginario da realismo magico, sovrabbondante e sempre sotto controllo, una danza di storie parallele che si inabissa e riemerge con grazia da delfino.

Bucavilla è speciale e universale, come Macondo. E’ reale e metafisica, le persone nascono e muoiono ma il “caldumido” è più esistenziale che estivo, scioglie le apparenze oltre che l’asfalto. Nella Buca appare una sorta di Aleph borgesiano, che disvela e dissolve le coordinate del vivere consueto.

La storia finisce, la Buca bocca d’inferno si rinchiude, la vita continua. Anche noi chiudiamo il libro. È tutto uguale a prima?

 

[Le immagini del testo sono fotografie di Carolina Piazzoli, 2025-26]

Carolina Piazzoli
Vive a Bergamo, scrive, disegna e fotografa minime scomparse, minime apparizioni.