_e solo MICHELE PULA • Passare dei minuti

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A cura di Nicola Ricciardi
[19 settembre – 24 ottobre 2026 * giovedì, venerdì, sabato: 15 – 19]
Inaugurazione sabato 19 settembre, dalle ore 17 • Nell’ambito del Sabato dell’Arte in San Tomaso

 

 

Qualche punto con cui fare asse
di Nicola Ricciardi

Camminando la linea d’orizzonte ti dice sempre che tu sei disperso
in un punto qualsiasi sulla linea della terra, come le cose che si vedono in distanza.
Bisogna cercare un altro punto con cui fare asse, e immaginare
che ci si arriverà una volta o l’altra. Bisogna sempre riuscire a immaginare
quello che c’è là fuori, altrimenti non si potrebbe fare un solo passo. 

Gianni Celati, Verso la foce

 

Orientarsi significa scegliere qualcosa dentro ciò che vediamo: una linea, un margine, una variazione del paesaggio. Ad esempio: il profilo di una montagna, una curva stretta, un albero, un oggetto incontrato lungo la strada. Immagini che separiamo per qualche istante dal resto e che usiamo per capire dove siamo.

I dipinti di Michele Pula hanno un modo simile di procedere. Sono frammenti – ma non perché rimandino necessariamente a una totalità perduta, né perché chiedano di essere ricomposti in un’immagine più grande. Sono frammenti perché trattengono porzioni limitate di ciò che è stato visto: una strada che curva e scompare; una macchina ferma nell’erba; una costruzione lontana sulla collina; un cartello che scorre via lungo l’autostrada (che poi, sarà un cartello?). Le sue sono immagini nelle quali succede poco, ma che sembrano chiederci di prestare loro un’attenzione grande, per non perderci.

Chi ha l’abitudine di camminare in montagna lo sa, raramente l’orientamento avviene attraverso una visione totale, più spesso attraverso indizi: un cambio di pendenza, l’aprirsi improvviso di una valle, l’emergere di un ruscello, la posizione del sole, il colore di un versante, il fumo di un camino. Nei boschi in particolare il territorio che si sta attraversando viene affrontato e conosciuto per successive apparizioni. Camminando, ogni cosa entra nel campo visivo per poi uscirne con il passare dei minuti.

Il titolo di questa mostra non vuole evocare una temporalità grandiosa. Qui non di parla del Tempo, della Storia o della Memoria come categorie astratte, quanto piuttosto dei minuti – una misura ordinaria, concreta, perfino un po’ povera. I minuti che passano mentre si cammina, quelli trascorsi aspettando, quelli durante i quali un paesaggio cambia lentamente davanti agli occhi senza che apparentemente accada nulla. Ma anche quelli che si allineano uno dopo l’altro mentre osserviamo un dipinto, e più ancora i minuti spesi dal pittore di fronte alla tela prima che l’immagine che ha in testa si traduca in dipinto.

La pittura di Michele Pula è per l’appunto costruita attraverso un processo lento, controllato, preciso, scandito da un’attenzione quasi anacronistica alla superficie, alla densità e alla trasparenza del colore. In queste opere, tutte di dimensioni così ridotte, un bordo, un tono o pochi millimetri possono modificare l’intero equilibrio dell’immagine. Ma guai a prendere questa cura come un’esibizione di tecnica fine a sé stessa. Tradizione e storia della pittura sono presenti, ma sullo sfondo. Si avvertono nel modo in cui un paesaggio viene costruito per campiture, nella relazione tra figura e fondo, nella scelta di attribuire a una superficie di pochi centimetri la stessa serietà che si potrebbe riservare a una superficie assai più grande.

Eppure, nessuna di queste opere ha l’ambizione di dimostrare qualcosa sul medium pittorico. Al contrario, ciò che le rende singolari e degne di nota è una specie di reticenza, un’ostinata assenza di artificio: le cose sono quello che sono. Non nel senso ingenuo di una pittura spontanea o immediata – perché questi dipinti sono, al contrario, minuziosamente costruiti – ma nella rinuncia a utilizzare ciò che viene rappresentato come pretesto per qualcos’altro.

In questa mostra, il paesaggio non si fa mai allegoria: un prato rimane un prato, una strada rimane una strada, una macchina bianca parcheggiata davanti a un fondale scuro non diventa automaticamente un simbolo di solitudine, di viaggio o di abbandono, così come due mani che accarezzano una pianta non hanno bisogno di raccontare una storia più grande del gesto che stanno compiendo. Le cose possono continuare a essere quello che sono.

Ricordando la nascita dei suoi Sillabari, lo scrittore Goffredo Parise raccontava di aver sentito il bisogno di tornare alle parole semplici. Scorrendo l’abbecedario di un bambino si era fermato davanti a una frase elementare: “l’erba è verde”. Per lui conteneva “l’essenzialità della vita e anche della poesia”. Che poi sembra facile, ma non lo è: guardare abbastanza a lungo perché un’immagine possa rimanere semplice, evitare di aggiungere alle cose più di quanto sia necessario.

È facile invece che venga in mente Luigi Ghirri, e di conseguenza la considerazione che il tempo necessario alla realizzazione di un’immagine sia enormemente più lungo del tempo necessario alla sua prima apparizione. I quadri di Michele Pula sono piccole architetture costruite attorno a questa stessa sproporzione: pochi minuti di visione trasformati in molte ore di attenzione. Da parte sua ma anche nostra, se davvero vogliamo entrare in relazione con il suo universo di frammenti senza perderci.

Come detto, orientarsi significa scegliere qualcosa dentro ciò che vediamo. È illusorio pensare che un unico sguardo possa essere capace di comprendere tutto il territorio. Ciò che conta e ciò che guida sono i punti di riferimento — che non sono solo quelli espressi sulla tela, perché occorre confrontare ciò che appare davanti agli occhi con ciò che ricordiamo o con ciò che pensavamo di incontrare. Sogni, desideri, aspettative… Per questo il paesaggio di Michele non ha bisogno di essere spettacolare. È sufficiente “qualche punto con cui fare asse” per riuscire davvero “a immaginare quello che c’è là fuori”.

 

 

[Luogo_e affianca i dipinti dell’artista con un’opera di Gianfranco Ferroni, e libri di Michael Foucault, Johan Huizinga]