_e in copertina:

 

Marta Galmozzi
Untitled [2015-17]
photocollage
courtesy l’artista

 

La nave è stata per lungo tempo una delle riserve d’immaginazione più floride della civiltà occidentale.
Accanto a funzioni di natura economica, politica o culturale, si sono sviluppati nel corso dei secoli una serie di tropi che hanno reso il sistema-nave elemento fondante del nostro immaginario. In modo simile, anche se in dimensioni più limitate sul piano geografico e temporale, un ruolo analogo lo ha svolto il pickup, simbolo di uno stile di vita americano che ha caratterizzato un periodo specifico del Novecento.
Quando Marta Galmozzi sceglie come base di partenza per il suo collage la fotografia di un pickup fermo in un parcheggio, rimette così in circolo una serie di significati che quell’oggetto porta con sé.
Non siamo semplicemente di fronte a un furgoncino, ma siamo davanti a un modello economico impregnato di ottimismo, agli anni in cui l’american dream era la narrazione dominante e il pickup veniva usato per evangelizzare chi ancora non si fosse convertito a questo culto; siamo, in sostanza, davanti a un modo di concepire lo spazio, dove il mezzo di trasporto rappresenta l’unità di grandezza con cui misurare le distanze. Il dinamismo e la trasformazione continua che di solito accompagnano questa rappresentazione sono però del tutto assenti in questa fotografia e anzi vengono rovesciati in un’immagine statica, immobile: il motore si spegne e della strada, che non scorre più verso un orizzonte, non rimane che un parcheggio, icona contemporanea dell’immobilità. A ribadirlo ci sono poi i colori, dove la dominante giallo-arancio della vegetazione (una vegetazione recintata in un giardino, lontana dall’ideale di wilderness) viene controbilanciata dai segni blu del parcheggio e del pickup, colori complementari che si annullano a vicenda in un punto zero.

Su questo paesaggio Marta Galmozzi cala dall’alto un occhio, che cade come un meteorite sul pickup. Così un’immagine che abitava un altro mondo viene tolta dal suo contesto d’origine e riposizionata in questo nuovo spazio. Una sorta di atto predatorio che, attraverso il prelievo e il ricollocamento, costringe gli oggetti a entrare in relazione tra loro per dare vita a nuove significazioni. Quella di Marta è un’azione che rimanda alla pratica surrealista, sia nell’atteggiamento, dove l’incontro tra una macchina da cucire e un ombrello decantato dai surrealisti prende qui le forme di un incontro tra un occhio e un pickup; sia nei risultati, dal momento che l’occhio tagliato richiama subito la scena iniziale di Un chien andalou di Buñuel. Un taglio così netto a metà dell’occhio priva quest’ultimo della sua principale funzione di vedere. Ma la fotografia è un luogo costituito da relazioni: noi guardiamo l’immagine e l’immagine guarda noi. Michel Foucault, parlando dello specchio come luogo di rapporti che si creano tra chi guarda e il suo riflesso, chiama utopia lo spazio virtuale in cui un’immagine viene proiettata nello specchio. È un mondo irreale che si apre dietro la superficie riflettente. Quando però lo sguardo nello specchio torna indietro e osserva a sua volta, facendo prendere coscienza a chi guarda che occupa uno spazio fisico, reale e tangibile, allora lo specchio diventa un luogo eterotopico. La fotografia si comporta per alcuni aspetti come un’eterotopia, soprattutto per quel che riguarda la creazione di uno spazio illusorio che rappresenta un doppio del reale. Una proiezione che mette in crisi la realtà, denunciandola come più virtuale dell’illusione stessa. Se torniamo allora alla fotografia in questione, nel momento in cui l’occhio viene reciso, qualcosa si inceppa e il flusso di informazione che va dall’immagine a noi si interrompe. A essere sul retro del pickup parcheggiato allora è il nostro occhio e il deficit che si porta dietro, la perdita della sua funzione primaria, costringe a mettere in discussione il nostro occhio e, forse, a vederci più chiaro.

 

Marta Galmozzi
Artista visuale.
Diplomata presso l’Accademia di Belle Arti
G. Carrara di Bergamo, studia Fotografia
alla Royal Academy of Fine Arts di Antwerp in Belgio.

 

Testo critico di:
Irene Guandalini
Laureata in Italianistica e Scienze Linguistiche,
ha frequentato il Master di Photography & Visual Design
presso NABA – Nuova Accademia di Belle Arti.
Con un’attitudine curatoriale, si occupa di fotografia
e di immaginari contemporanei.

 


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