Sasso 2 (e non è una mania) • Luciano Passoni

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Avevamo appena scelto come opera per la prima copertina del nostro sito l’immagine di un sasso (Giovanni De Francesco, sasso/isola, acquarello su carta cotone, 2017) quando, durante una visita alla Galleria Sabauda di Torino, mi sono imbattuto in un altro sasso: vero, questa volta, enorme, apparentemente abbandonato lì, non dimenticato né collocato.
Era lì, pesante, leggermente infossato rispetto al piano di ghiaia circostante, a pochi passi da una fontana monumentale e dal giardino della reggia.
Non era precipitato, non aveva l’aspetto di un meteorite, né vi era una parete rocciosa nelle vicinanze; non c’erano segni d’impatto ed era abbastanza “in bolla” rispetto al piano.
Non sembrava essere un cippo, non aveva nessuna dedica accanto.
Non sembrava un manufatto di cava, aveva pochi segni di martello pneumatico.
Non sembrava un marmo, più una pietra, dalle dimensioni di metri 1,5 x 3 x 2 circa.
Vecchio, più che antico; portato lì chissà quando.
Sembrava non avesse nessun rapporto con ciò che lo circondasse.
Anomalo, marziano nella sua normalità.
Attorno alla Sede della Regione Lombardia a Milano sono stati collocati una serie di “massi” provenienti dalle cave della regione, con tanto di cartello esplicativo del tipo di pietra e della provenienza, qui niente di tutto questo.
Stava lì appartato, isolato, apparentemente non invitato; sì, discreto, ma assolutamente non ignorabile.
Certamente non un’opera, gli mancavano un autore e la consapevolezza di esserlo; eppure presente e catturante.
A noi cui piacciono i lavori di Richard Long, di Hamish Fulton, di Giovanni Anselmo, di Ulrich Rückriem, non può che far piacere constatare in esso una certa icasticità; nessuna pretesa di essere un “Eidolon”, ma neanche la nozione di scarto di cantiere gli si addice.
Non ho visto però nessun altro, tranne me, che lo fotografasse; le poche persone presenti erano sedute sulle panchine attorno alla fontana e non c’erano bambini che gli giocassero attorno.
Sembrava che dicesse: “Sono qui solo perché sono troppo pesante per essere portato via, ma cerco di avere un contegno adeguato al luogo”.
All’interno della Galleria molti altri “sassi” s’incontrano, da quelli nobilitati nella Sezione Archeologica a quelli, più raffinati, raffigurati nelle opere pittoriche.
Uno di questi, posto ai piedi della pala di Pietro del Pollaiolo raffigurante l’Arcangelo Raffaele e Tobiolo, è molto diverso dal suo fratello maggiore giù in giardino. Forse “lui” vuole sembrare un’altra cosa rispetto a quello che è.
L’uno, quello dipinto, ci colpisce per quello che sembra, l’altro, più duchampianamente, per quello che è, e per il fatto di essere anomalo lì dov’è. Uno, sia pur ai margini del quadro e secondario rispetto alla scena principale, dentro la Collezione, l’altro comunque fuori.

+l.
Bergamo, 17 ottobre 2017

Nelle immagini:
In apertura, veduta dell’entrata della Galleria Sabauda di Torino
Sopra, Antonio del Pollaiolo, L’Arcangelo Raffaele e Tobiolo, olio su tavola, 1465-1470 circa, dettaglio
[Photo credits: Luciano Passoni]

 

Luciano Passoni 
Di formazione artistica, ex insegnante, ex libraio.