Padrone e cane

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[11 novembre 2022 – 14 gennaio 2023  *  giovedì, venerdì, sabato 14 – 19]
Inaugurazione venerdì 11 novembre, dalle 14 alle 21Nell’ambito di ArtDate – Festival di Arte Contemporanea, XII Edizione Corpo libero
Marco Belfiore, Cinzia Benigni, Giulio Bonasone, Luca Brama, Matei Vladimir Colțeanu,
Giovanni De Lazzari, Agenore Fabbri, Giovanni Fattori, Linda Fregni Nagler,
Angelo Licciardello, Gabriele Longega, Edoardo Manzoni, Wisława Szymborska,
Franco Vaccari, Luca Viganò, Tiziana Villani

 

Se si scrivesse una storia ufficiale delle relazioni, questa coinciderebbe con la storia dei rapporti di potere. Non esiste relazione che non sottenda rapporti di potere, non importa tra chi e chi altro. Anche la nostra relazione con noi stessi, con il nostro corpo, è un rapporto di potere dei più complessi e mutaforma. Il corpo che talvolta è nostro padrone – ci governa, ci tiene in gabbia – altre volte è per noi il cane: irriducibilmente fedele accetta i comandi, magari tira il guinzaglio ma poi ci scodinzola, senza fare domande accetta in fondo anche il collare, sopporta la museruola.
E se si operasse una catalogazione sistematica dei rapporti di potere, si osserverebbe che non ne esistono poi tanti: schemi ricorrenti si ripetono ancora e ancora, non importa tra chi e chi altro. Anche la nostra relazione con noi stessi, con il corpo, non è poi dissimile nelle sue azioni e reazioni dalle altre relazioni tra persone e persone, persone e animali, persone e cose più o meno inanimate.

Per la dodicesima edizione di ArtDate, all’invito di The Blank a ragionare sul tema del Corpo libero luogo_e risponde con un piccolo compendio della storia delle relazioni e dei rapporti di potere, tenta di catalogarli, di raccontare il corpo presunto libero, il corpo dolcemente addestrato, il corpo addomesticato, il corpo incatenato, il corpo costretto, il corpo ribelle, il corpo forse liberato.
Per questa mostra-osservatorio luogo_e si concentra su una relazione-tipo, tra due corpi-tipo.
Padrone e cane indaga la subalternità reciproca – evidente o sottintesa – di tutti i ruoli e i poteri contrapposti. Mappa l’ambiguità delle gerarchie, ma anche di ogni forma di cura, di interdipendenza. Padrone e cane risponde alla richiesta di un “corpo libero” con una domanda: può esistere un corpo libero?

 

Tiziana Villani
Corpi mutanti. Tecnologie della selezione umana e del vivente, 2018
Manifestolibri, Castel San Pietro Romano

Filosofa e scrittrice da sempre interessata a mappare le traiettorie secondo cui si incontrano il potere, le sue manifestazioni, i suoi sistemi di cattura, i corpi e i pensieri che sono o rischiano di essere catturati, Tiziana Villani è l’autrice del testo che luogo_e sceglie come lettura-guida per la mostra Padrone e cane.
Corpi mutanti ci parla dei corpi umani che, chiamati oggi a un’inarrestabile trasformazione tecno-politica, cercano linee di fuga verso mondi e modi altri. Ai capitoli del saggio si alternano brevi parentesi letterarie dal carattere metaforico e riflessivo. Come luogo_e, anche Tiziana Villani sceglie il cane e le sue relazioni con i simili – con la muta – e con il padrone per parlarci di altro, per parlarci in fondo di tutte le relazioni che sottendono rapporti di potere, con le relative spine, cicatrici e fratture.
Alle opere in mostra luogo_e accosta brevi estratti del libro, per gli amanti dell’incontro tra arti visive e filosofia.

 

Angelo Licciardello, Toby, 2022
tecnica mista, 40x50x40 cm
courtesy l’artista

Ispirata a un’esperienza personale vissuta dall’artista, l’opera che apre la mostra nasce come oggetto votivo, dedicato a un cane di nome Toby, da cui l’installazione prende il titolo. Il lettino in miniatura attira sguardi e indici anche tra i passanti che costeggiano la vetrina. Non vi sono dubbi: non lo si confonde con un giocattolo, con un giaciglio per bambole. La coperta stampata con un pattern di cani di razze diverse lo rimanda al mondo degli arredi per cani. Il fatto che l’espressione arredi per cani non stupisca più ci interessa quanto il fatto che quello progettato da Angelo Licciardello non sia una cuccia, ma un vero e proprio letto, a immagine e somiglianza dei nostri. Quest’opera racconta dell’amorevole umanizzazione dei nostri cani, operazione che mentre coccola snatura, come forse ogni forma di cura che, nostro malgrado, ha un prezzo.

 

Luca Brama, The Creatures I Love the Most, the Soonest I Will Lose, 2015
stampa digitale da pellicola 35mm su carta, montata su alluminio, 40×60 cm
courtesy l’artista

Un pitbull bianco e una donna anziana dormono sereni, l’uno nelle braccia dell’altra, inconsapevoli soggetti di una delle fotografie che Luca Brama scatta quotidianamente. Un occhio estraneo, non esente dai consueti pregiudizi, colloca istintivamente nell’anziana signora l’innocenza dell’età avanzata che fa tornare bambini, e la conseguente fragilità; nel pitbull la possibile aggressività improvvisa, il pericolo plausibile, il carattere mutevole, imprevedibile, temibile. Il rimando è a certe storie depositate nella memoria collettiva – alle nonne e ai lupi di fiaba. Un occhio non estraneo, quello dell’autore, ci vede invece più chiaro: la donna è la nonna dell’artista, e il pitbull è il suo cane. Come recita il titolo, sono semplicemente le creature che egli ama di più, quelle che perderà per prime. Un ritratto della precarietà, in due delle sue forme possibili: quella dell’età già avanzata, e quella dell’età animale che avanza a una velocità maggiore di quella umana.

 

Matei Vladimir Colțeanu, He doesn’t Bite II, 2022
matite colorate su carta, 27×37 cm
courtesy l’artista

Un cane con gli occhi strabuzzati, con le narici dilatate, con i denti digrignati – si sa – è un cane arrabbiato o spaventato, ad ogni modo un cane pronto all’attacco o alla difesa, che spesso e volentieri sono la stessa cosa. Il cane disegnato da Matei Vladimir Colțeanu appare sfocato, come mosso, impossibile da ritrarre con fermezza perché vibrante di nervosismo. Eppure, secondo il titolo, lui non morde. Affermazione tipica dei padroni di cani, molto usata in caso di incontri ravvicinati con persone cinofobe, lui non morde è la quintessenza del tentativo di sovrapporre i desideri, le aspettative e le manie di controllo del padrone all’istinto dell’animale.

 

Linda Fregni Nagler, Senza titolo (dalla serie Pour commander à l’air), 2014
stampa giclée su carta cotone Hahnemüle, 47×40 cm
courtesy l’artista

La serie Pour commander à l’air, presentata a Roma nel 2014 per la mostra dei finalisti del Premio MAXXI, si compone di immagini giornalistiche del Novecento con soggetti in procinto di saltare, o in equilibri precari. A tali immagini, rifotografate e ingrandite, si accostano tre riproduzioni fotografiche di sculture dell’artista – ricostruzioni dei modelli di macchine per il volo creati per Nadar da Gustave de Ponton d’Amécourt e oggi perduti. Questa ricerca sul volo e la levità è coronata dalla fotografia scelta da luogo_e. Rimessa in scena di un’immagine d’archivio, l’opera mostra una cagnolina che guarda in camera, in fermo equilibrio con le zampe sugli schienali di due sedie di design. Traspaiono le ore di addestramento, la simbiosi tra addestratore e cane, l’intricato sistema di punizioni e premi, di fatiche e ricompense che sottendono anche le forme più dolci di addomesticamento.

 

Franco Vaccari, Cani + sedie + donne, 2005
catalogo della mostra (Faenza, Galleria Comunale d’Arte, 9 dicembre 2005 – 15 gennaio 2006) I quaderni del circolo degli artisti, Faenza
collezione privata

In un’intervista di Luca Panaro uscita nel 2021 sulla rivista “Anjmot” (n.11, L’arte per l’altro, ancora – Vol. 2), Franco Vaccari descrive così i cani, le sedie e le donne: soggetti a modifiche continue, risentono delle mode e degli stili, si allontanano dalle loro più immediate nature, mutano repentinamente la loro immagine a seconda dei cambiamenti sociali in corso. Tre soggetti, dunque, da sempre sottomessi – al volere del padrone nel caso del cane, ma ugualmente nel caso delle sedie e delle donne, queste ultime soggette al padrone dei padroni nella storia: il patriarcato. Due allusive fotografie di donne chiudono a tal proposito il libro di Vaccari, offrendosi in modo provocatorio agli sguardi curiosi e maliziosi degli spettatori che sollevano le veline protettive. Nelle pagine precedenti cani insieme guardinghi e rabbiosi, con i denti digrignati e gli occhi allucinati, brancolano scontornati dentro pagine bianche, in cui fluttuano anche sedie dall’aspetto comodo, accomodante.

 

Luca Viganò, Edinburgh, 2016
stampa fine art a getto d’inchiostro su carta, 26,4×22 cm
courtesy l’artista

Luca Viganò fotografa la realtà che lo circonda per riuscire a percepirla in modo più nitido, più profondo. Questa facoltà della fotografia gli è particolarmente cara nei ritratti, dove mira a catturare l’essenza più intima dei soggetti scelti, anche laddove si tratti di incontri fortuiti. Come suggerisce il titolo, il ritratto qui esposto è stato scattato a Edimburgo, durante un viaggio dell’artista. Nel percorso della mostra quella di Luca Viganò è una delle rare opere in cui la presenza del cane è solo allusa. La protagonista è infatti ritratta da sola in riva al mare. Impugna un lancia palline per cani: curioso strumento di domesticazione, sollecita l’abitudine al riporto, mette al lavoro il connaturato istinto alla caccia privandolo del suo scopo, svuotandolo di senso. Uno strumento di sottomissione, nella forma di un gioco, di un giocattolo.

 

Giulio Bonasone, Diana e Atteone, 1550 ca.
bulino, 27,4×41 cm
courtesy Il Bulino Antiche Stampe

Dalle Metamorfosi di Ovidio (III, 155) è tratto il soggetto di questa incisione di Giulio Bonasone (1498-1574 ca.) che rappresenta due momenti del mito di Diana e Atteone. In primo piano, a destra, Atteone viene punito per aver osato guardare la dea Diana nuda al bagno: viene allontanato dalle sue ninfe mentre già inizia a tramutarsi in cervo. In secondo piano, a sinistra, Atteone-cervo diviene preda della sua stessa muta di cani da caccia, che non lo riconoscono più quale padrone. Dalla mitologia un quasi-manifesto del sovvertimento di ruoli tra padrone e animale, tra cacciatore e preda.

 

Edoardo Manzoni, Senza titolo (Scena), 2021
stampa UV su plexiglass specchiante, legno, 29,7x21x2 cm
courtesy l’artista

La serie Scena rielabora delle fotografie trovate nelle enciclopedie di caccia, dove il cane appare sempre fiero, al culmine delle sue potenzialità: su di esso viene proiettata la rappresentazione ideale del cacciatore. Dalle immagini originali l’artista rimuove il cane, ritratto nell’atto di puntare o di riportare in bocca la preda. Ma questo vuoto ne riafferma ed enfatizza la presenza, alludendo alle tattiche di nascondimento o di latenza che il predatore mette in atto quando stana, insegue e posta la preda. Gli interventi di rimozione del cane isolano la violenza intrinseca alla scena attraverso un processo di astrazione che lascia inalterati la preda e il paesaggio. La presenza della sola preda impedisce allo spettatore di provare ammirazione per il segugio – appendice umana e strumento della pratica sociale della caccia, sostituito da una superficie specchiante, dal riflesso dello spettatore-cacciatore.

 

Giovanni Fattori, Il canino nero, 1880-85
acquaforte, 17,8×9,8 cm, foglio 40,5 x 21,5 cm
courtesy Galleria Il Bulino Antiche Stampe

Il pittore Giovanni Fattori (1826-1908) è stato uno dei principali esponenti del movimento dei Macchiaioli, ma non tutti conoscono la sua produzione di incisore. Fattori era solito stampare da sé le sue opere con un piccolo torchio, dando forma a tirature irregolari, spesso caratterizzate da una ricerca per gli effetti di chiaroscuro e da un uso sapiente delle velature, per una trasposizione calcografica del linguaggio macchiaiolo. I soggetti privilegiati nelle sue incisioni sono ritratti, soggetti militari, fatti risorgimentali, animali della campagna e scorci di vita comune. La stampa esposta mostra uno scorcio paesano: lungo una strada costeggiata a destra da abitazioni e a sinistra da un prato alberato, un cane nero vigila acquattato nell’ombra. Per luogo_e emblema del cane da guardia, guardiano della proprietà non propria, ma del padrone. Guardingo per conto terzi, doverosamente mansueto, auspicabilmente aggressivo all’occorrenza – secondo i desiderata del vero proprietario del suo mondo.

 

Wisława Szymborska, Monologo di un cane coinvolto nella storia (dalla raccolta Due punti), 2005
Adelphi, Milano, 2006

Il cane a cui Wisława Szymborska fa idealmente pronunciare il Monologo di un cane coinvolto nella storia si identifica in chiusura come il cane del suo padrone: come ogni cane, del padrone non conosce le generalità, nemmeno nome e cognome. Ai suoi occhi, alle sue orecchie, al suo naso, è soltanto l’essere umano prediletto, l’esercente la patria potestà – il padrone, sentenziamo banalmente noi non-cani. Del padrone il cane ignora i fatti e i misfatti, le idee religiose e politiche, la condotta giuridica e morale. Il metro secondo cui giudicarlo è costituito dalle carezze e dagli schiaffi, dalla pancia piena e dalla pancia vuota, dall’irreprensibilità della cura, dalla trama e dall’ordito di punizioni e ricompense su cui si basa ogni rapporto di dolce o amara sottomissione.

 

Franco Vaccari, I cani lenti, 1971
video 8 mm trasferito su formato digitale, b/n e col., sonoro dai Pink Floyd, 8’38’’
courtesy l’artista e Galleria P420

I cani sono protagonisti di molte opere di Franco Vaccari, che dichiara di aver sempre provato nei loro riguardi una grande passione, o ancor meglio compassione, per la pressione subita da parte degli uomini e dei loro inesauribili tentativi di umanizzarli (“Anjmot”, n.11, L’arte per l’altro, ancora – Vol. 2, 2021). Il video I cani lenti mostra in slow motion alcuni randagi nell’atto di girovagare per le strade. Ripresa con un punto di vista ribassato, che vorrebbe esser canino, l’opera non esplicita mai la presenza umana, la quale tuttavia c’è, e si avverte, nell’occhio dietro la camera. Il video assume infatti il sapore di un inseguimento, a cui contribuisce anche il sottofondo sonoro tratto dai Pink Floyd. I cani sono visti ora da lontano e poi via via avvicinati, guardano in camera e abbaiano, ringhiano con occhi spiritati, canini sguainati e nervi tesi, poi si allontanano. I randagi incontrano l’uomo, il suo sguardo, le sue ottiche, ma poi restano cani, rivendicano il proprio randagismo.

 

Giovanni De Lazzari, Cani dell’alba, 2012
matita su carta preparata, 70×70 cm
courtesy l’artista, Galleria Laveronica e BACO

Diverse forme e temi cari a Giovanni De Lazzari si incontrano nell’opera scelta da luogo_e. Il suo disegno inconfondibile, delicato e perentorio, la poetica delicata, con sottintesi di pungente crudeltà – una raffinata crudezza. Alberi e innesti, animali silenziosi ma eloquenti, legami esplicitati da cordami e nodi. Quattro alberi raccordati da una fune tesa tra i rami disegnano un quadrilatero. Da questo recinto sospeso nell’aria quattro corde si allungano fino ai collari di altrettanti cani. Non sono immobilizzati, ma al movimento corrispondono nodi nuovi e garbugli. A girare attorno all’albero s’accorcia la corda. Non è possibile incontrarsi, né scontrarsi. I cani si studiano da lontano, chissà se resiste il fiuto. Non è loro concesso d’esser muta, branco, né è loro permesso d’esser cani sciolti.

 

Marco Belfiore, Oh my dog #2 (dalla serie Oh my dog!), 2018
acquerello su cartoncino, 23×41,5 cm
courtesy l’artista

L’opera di Marco Belfiore è parte della serie Oh my dog!, in cui il cane è protagonista di freddure illustrate, siparietti tragicomici in cui vengono messi in scena, con sottile ironia, capovolgimenti di senso ispirati da eventi apparentemente banali, quotidiani. Il cane, ancora una volta, è il pretesto per mettere in campo riflessioni sulle relazioni di potere tra padroni e subordinati. Nell’acquerello scelto da luogo_e due uomini i cui colli sono legati tra loro da una corda si muovono in direzioni opposte. L’inutile tentativo di allontanarsi li porta al contrario a sbilanciarsi l’uno verso l’altro, a tirarsi vicendevolmente il collo. Seduto tra loro, con postura ieratica e fare interrogativo, un cane osserva la stupidità umana, padrone della situazione.

 

Agenore Fabbri, La rissa, 1965 ca.
terracotta, 20x35x16 cm
Collezione Agazzi

La ricerca scultorea di Agenore Fabbri (1911-1998) muove da un’indole narrativa e dai segreti della terracotta, approfonditi dall’autore tanto da introdurre una tecnica da lui definita “riflessatura”, sorta di brunitura dall’effetto espressionistico. Una drammaticità più spiccata si fa strada nei suoi soggetti dopo la guerra: il mondo animale entra nella produzione di Fabbri, con combattimenti in cui si riversa tutta la violenza respirata e osservata dall’artista. Anche negli anni cinquanta e sessanta, quando l’autore introduce nella sua produzione il bronzo e il legno, la terracotta continua a essere centrale per studi, bozzetti e opere finite. A quest’epoca risale la scultura in mostra: due cani intenti in una feroce lotta. Avvinghiati tra loro, inestricabili nella violenza reciproca, perdono i contorni e quasi diventano una sola massa – una sola carne dal destino comune, come in tutte le guerre tra pari, dove sul campo di battaglia è in fondo difficile distinguere i vincitori dai vinti.

 

AA.VV., Canile letterario, 2022
una raccolta di cani (e padroni) della letteratura molto cari a luogo_e

Se nel libro di Tiziana Villani luogo_e ha trovato il puntuale riferimento teorico per la mostra Padrone e cane, numerosi sono stati i padroni e i cani incontrati in romanzi e racconti che hanno contribuito alle ricerche. Si è deciso di offrirli in adozione al pubblico, costituendo un canile letterario che ospita: l’ex-randagio russo Šarik, tramutato in essere umano da un esperimento in Cuore di cane (1925) di Michail Bulgakov; Galeone, il segugio di un eremita in odore di santità, ovvero Il cane che ha visto Dio nel racconto di Dino Buzzati, ne La boutique del mistero (1968); l’affettuoso e riflessivo Pepe, cane del filosofo Leonardo Caffo, che ne scrive le memorie nel libro Il cane e il filosofo (2020); l’anziano cane-intellettuale, voce narrante delle Indagini di un cane (1922) di Franz Kafka; quel diavolo d’un cane chiamato Bâtard dal padrone altrettanto diabolico nell’opera di Jack London (1902); il cane da caccia addomesticato Bauschan, amorevolmente descritto dal padrone attraverso la penna di Thomas Mann in Cane e padrone (1920); il cane coinvolto nella storia secondo la poesia di Wisława Szymborska (2005); la dolce Mumù, unico affetto del garzone sordomuto Gerasim nell’opera di Ivan Turgenev (1854).

 

ETN-141-ML, Port Moresby – Giving puppy his dinner, 2022
lastra per lanterna magica dall’archivio di Linda Fregni Nagler Things that Death Cannot Destroy
riproduzione, stampa giclée su carta cotone
courtesy l’artista

Dalle fonti etnografiche e antropologiche ci arrivano spesso immagini in grado di modificare, ampliare, arricchire il nostro punto di vista, di stupirci in un mondo pieno di immagini onnipresenti, ma ormai difficilmente capaci di sorprenderci. Dall’archivio di Linda Fregni Nagler luogo_e ha selezionato una lastra per lanterna magica, qui presentata attraverso una riproduzione fotografica. La cura riservata al cane dal padrone è portata al suo massimo grado: una donna allatta al seno un cucciolo di cane, dà all’esserino la sua cena, come recita l’iscrizione apposta a penna. La mente dello spettatore corre tra due interpretazioni: l’ennesima forma di cura che snatura, o la stessa necessità di cura che accomuna la natura animale (e dunque anche umana) tutta?

 

Cinzia Benigni, Senza titolo, 2016
stampa digitale fine art, montata su dibond, 23×34,5 cm, fotografia di Floriana Giacinti
courtesy l’artista

Nel 2016, con il supporto della fotografa Floriana Giacinti, Cinzia Benigni immortala in una serie di scatti una curiosa azione performativa: travestita da gorilla, l’artista si muove per la città, percorre strade e luoghi abituali, svolge semplici azioni quotidiane. Nell’immagine selezionata per la mostra il gorilla porta a spasso due cani. D’istinto si provano a distinguere l’animale-padrone e l’animale-animale. L’essere umano trasformato in primate, animalizzato, tiene ancora il guinzaglio. Traina i cani, o ne è trainato?

 

Gabriele Longega, Invokation of my ancestral demons for healing, 2022
cuoio, cd, cemento, hair extension, tessuto, 95×60 cm ca.
courtesy l’artista

Attraverso una serie di opere, Gabriele Longega documenta la giornata di un essere che vive nella natura selvaggia del parco in cui si pratica gay cruising, fuori controllo, fuori dal tempo capitalizzabile. Per esplorare concetti quali animalità e bestialità l’artista parte dal brano dance Chihuahua di Dj Bobo, il cui testo invita a fuggire dalle costrizioni quotidiane, lasciandosi trasportare dalla canzone del chihuahua. Un’esortazione a emigrare dalla vita capitalista di tutti i giorni verso il luogo dell’utopia e del godimento, divenendo animali. In Invokation of my ancestral demons for healing il CD è incassato in una scultura in pellame dalla forma alare, un reperto archeologico non databile, ancestrale, evocativo. Un frammento animale da cui ancora qualche ciocca di pelo pare continuare a crescere.